Mishima, stanze modeste per l’esercizio solitario di scrittura e golpe

«All work and no play makes Jack a dull boy» batte senza requie Jack Nicholson sulla macchina da scrivere in quell’eremo che è l’Overlook Hotel, dove con moglie e figlio si è rinchiuso in qualità di custode prima che la struttura riapra alla stagione dei turisti. Una writing residency per superare il blocco della pagina bianca, che si concluderà, come sappiamo, in un bagno di sangue. Il suo personaggio, Jack Torrance, evidentemente non aveva mai letto Cyril Connolly, che nel suo I nemici dei giovani talenti mette in guardia gli scrittori dal portarsi appresso la famiglia: «C’è un momento in cui il culto della casa e della felicità domestica diventa dannoso, uno di quei modi di sfuggire al proprio talento». La domesticazione delle inclinazioni artistiche blandisce la tensione che è propria della scrittura; dalla casa perciò occorre staccarsi, per tornare «in quel posto di lavoro creativo per eccellenza, vale a dire in quel piccolo e modesto “ritiro” del ventesimo secolo che è la camera d’albergo».
A metà del Novecento le stanze dello Yamanoue Hotel di Tōkyō avevano esattamente quest’allure da «modesto ritiro», e soprattutto erano luoghi tranquilli, tanto da attirare, come le api al miele, gli scrittori che desideravano regalarsi settimane, a volte mesi, di scrittura senza interruzioni di sorta. Il primo a serrarsi tra le mura del palazzo storico della capitale, nel pittoresco quartiere delle librerie di Jinbōchō, è Kawabata Yasunari, che vi si barrica quando deve rivedere le ultime stesure dei suoi romanzi, scrivere un saggio, o correggere le bozze prima del visto si stampi. È proprio lui a consigliare un soggiorno di scrittura a Mishima Yukio nello stesso albergo, e il nostro ne diventerà l’ospite abituale più celebre (e controverso).
Lo Yamanoue sorge su una collinetta nella zona di Kanda, ha trentacinque stanze, e viene costruito nel 1937. Il suo nome in giapponese significa proprio «sopra la collina». A ideare e completare l’edificio è Satō Keitarō, che arriva dalle miniere di carbone di Fukuoka. Per costruire il palazzetto investe tutto il suo patrimonio personale. In principio lo usa per la «Satō Shinkō Seikatsukan», una sorta di scuola di economia domestica che offre corsi di cucina, portamento di kimono, arti tradizionali, tutto ciò che si considera destinato alla casalinga istruita del Giappone moderno, per «il benessere fisico e mentale di domani». Sono gli anni dell’espansione imperialista del paese, tutto teso allo sforzo bellico che di lì a poco avrebbe monopolizzato le attività nazionali. Tanto che il povero signor Satō si vedrà requisire l’edificio prima dalla Marina imperiale e poi, dopo il 1945, dal Comando Generale degli alleati. È in questo momento che viene ribattezzato all’inglese come Hilltop Hotel, e fino al 1954 resterà la sede delle WAC, le Women’s Army Corps.
Nel 1954 passa di mano, gli americani hanno lasciato il Giappone e Yoshida Toshio lo compra e lo riapre col vecchio nome. Sono gli anni in cui le sue camere osservano un via vai di scrittori, ognuno dei quali con le proprie fissazioni: Mishima si chiudeva a chiave in stanza per non essere disturbato; Ikenami Shōtarō sedeva soltanto all’ultimo posto in fondo al bancone nel rinomato ristorante dell’hotel che serviva un’ottima frittura tenpura (e ci passava talmente tanto tempo da diventare buon amico dello staff); Matsumoto Seichō sceglieva sempre la stanza 209 (che oggigiorno, con le ristrutturazioni, sarebbe la 2033); Yuzuki Asako veniva spesso avvistata al bar dell’albergo in pigiama.
Nel 2024 l’hotel ha di nuovo cambiato proprietà: ora è della vicina Università Meiji, che l’ha chiuso per ristrutturarlo fino al 2027. Negli intenti c’è l’idea di mantenerne il fascino letterario, ammodernando al contempo interni e servizi. Negli anni Cinquanta, infatti, le poche stanze, in stile giapponese, avevano il bagno in comune; solo in un secondo momento hanno allestito alcune le stanze in stile occidentale, senza tatami. D’altra parte, non si può ignorare la lunga fila di fan e lettori che arrivano in pellegrinaggio solo per osservare la scrivania dove i grandi autori facevano ricerca e mettevano mano ai propri lavori.
Ma Mishima apprezzava la dimensione modesta dell’albergo, tanto che nella lobby campeggia in cornice uno scritto a sua firma: «Spero che questo hotel non diventi troppo famoso». Lo scrittore ne ricercava la discrezione, e ogni volta che aveva bisogno di un ritiro in solitudine si faceva prenotare una camera dalla casa editrice. Qualcuno all’hotel ancora lo ricorda uscire soltanto per raggiungere il ristorante e consumare gamberi fritti, o tutt’al più per bere al bar Non Non, conosciuto ora anche come Ochanomizu Bar. Le mura dello Yamanoue hanno visto nascere capolavori come Il padiglione d’oro e la tetralogia Il mare della fertilità. E sempre da quella camera scriveva al suo maestro Kawabata, in quel lungo e decennale carteggio in cui i due scrittori si scambiavano impressioni e commenti sulle rispettive opere, su conoscenze comuni, sulla vita a Tōkyō. La solitudine della stanza d’hotel non ha ispirato Mishima solo quando si trattava di vergare gli ultimi ritocchi ai suoi libri, ma ha fatto da cornice anche alla sua creazione più fatale. Lo Yamanoue è stato per Mishima, insieme ad altri hotel di Tōkyō, il teatro delle sue riunioni con la Tatenokai, la «società dello scudo» d’ispirazione paramilitare che aveva inaugurato per proteggere i cosiddetti «valori tradizionali» del Giappone da ipotetiche forze straniere.
Nel giugno del 1969, in una saletta riservata del ristorante dell’albergo, Mishima cena con il colonnello Yamamoto delle Forze di Difesa e cinque suoi subordinati. Lo scrittore sta cercando di convincere Yamamoto a mettere in pratica il piano di difesa del palazzo imperiale che ha ideato tra un romanzo e l’altro. «Ho già distribuito nove spade katana ai membri» dichiara il romanziere. I cinque soldati sarebbero pure d’accordo con il suo fervente spirito nazionalista, ma Yamamoto è più pragmatico: non si fida di giovanotti carichi d’entusiasmo ma scarsi quanto a addestramento. Un anno dopo, il 21 giugno del 1970, Mishima è chiuso nella stanza 206, la sua preferita, assieme a Morita Masakatsu, Koga Masayoshi detto chibi-Koga, «piccolo Koga», per la sua statura, e Ogawa Masahiro, tutti membri della Tatenokai. Mishima è contento perché ha appena ottenuto l’autorizzazione a usare l’eliporto militare di Ichigaya per l’addestramento militare del gruppo. Suggerisce anche di utilizzare la base per rapire e imprigionare il colonnello Miyata Tomoyuki, comandante del 32esimo reggimento di fanteria, considerato dalla cricca un traditore della patria. Sono tutti d’accordo. Un mese dopo si ritrovano di nuovo, stavolta nella stanza 207. L’ordine del giorno riguarda il programma del novembre successivo, in cui dovranno mettere a punto il colpo di stato. Sarà Mishima a caricare le armi nella macchina di Koga, e poi insieme si dirigeranno dal colonnello Miyata.
La storia ci racconta che il piano non va a segno. Dopo alcune scaramucce con gli ufficiali negli edifici dell’esercito, Mishima e i suoi si rendono conto dell’impossibilità di attuare il loro golpe; e lo scrittore si risolve a praticare l’estremo gesto di protesta, il suicidio rituale detto seppuku. Non prima di avere, però, enunciato un lungo discorso dal balcone, luogo per qualche motivo caro a chiunque abbia aspirazioni nazionaliste e militariste. Fino all’ultimo, gli rimarrà la solitudine come cosa cara: nella scrittura e nella morte. Chissà se Mishima lo aveva letto, Connolly: «Uno scrittore che non si sia preparato fin dalla gioventù alla solitudine, se vorrà avere successo dovrà affrontare la solitudine nella maturità. La stanza d’albergo lo aspetta». Quella, o un balcone.
Box
Da una lettera scritta da Mishima Yukio su carta intestata dell’hotel Yamanoue, e conservata nella lobby:
«Non avrei mai immaginato che potesse esistere una locanda così tranquilla nel cuore di Tōkyō. Le camere sono di una pulizia impeccabile; il servizio conserva ancora un tocco amatoriale, il che lo rende davvero gradevole. Spero che questo hotel non diventi troppo famoso o troppo alla moda.»
Questo articolo è già stato pubblicato sul manifesto.




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