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Un viaggio attraverso la costante metamorfosi della cultura giapponese

  • 5 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

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uando nel 1974 Antonietta Pastore arriva in Giappone, di quel Paese conosce appena l’essenziale: la terribile alleanza con Italia e Germania durante la guerra, la mostruosità delle bombe atomiche, e poco altro. Ma ha appena sposato un ragazzo giapponese e sta per passare un mese a casa dei suoceri. Solo tre anni più tardi, vi si trasferirà in pianta stabile, e ne farà la sua dimora nei decenni a seguire.

Dove vuole andare, sensei? (Einaudi, 235 pp., 19,50 euro) è dunque il suo saggio sulla vita e la cultura giapponese, ma è anche un memoir che racconta come il Giappone cambia sotto ai suoi occhi mentre lei pure cambia e si adatta alle case con i tatami, ai bagni nelle tinozze di ferro, al fascino campagnolo della provincia. Dapprincipio, pur non parlando ancora la lingua locale, guidata dalle atmosfere dei jidai eiga, gli sceneggiati storici dalla trama sempre uguale, si tuffa nella ricerca di un Giappone antico che apparentemente non esiste più. Eppure, nascosta nei villaggi di fondovalle, la bellezza fa capolino dai vecchi magazzini di fattorie quasi abbandonate, in cui gli anziani proprietari hanno seppellito tesori di seta e ceramica in carta oleata e polvere.

Via via che Pastore scrive, il suo sguardo assiste alla trasformazione del Paese, seguendo allora in città contegnosi salarymen e giovani punk, impiegate in uniforme o signore in Issey Miyake. Nelle giovani kawaii però non le riesce di rintracciare nessuna grazia, «solo una ricerca spasmodica dell’eccesso, un desiderio un po’ patetico di stupire, pur conformandosi a una moda» che annulla «quella raffinatezza che apparteneva alle loro nonne».

I tempi e i modi delle nuove generazioni, che ora vogliono strappare un presente per sé allontanandosi dalle antiche consuetudini, sono anche lo strano oggetto osservato – con una certa distanza, a volte – dall’autrice e dalle sue amiche che affollano il libro. Attraverso nuovi lavori, traslochi, case vetuste o appartamenti moderni, il lettore entra in punta di piedi – e rigorosamente senza scarpe sui tatami – in piccoli universi casalinghi. Di tanto in tanto, le parole di Pastore si fanno immagine grazie alle illustrazioni di Bianca Bagnarelli, a confermare quanto si ritiene nella cultura giapponese che forma è, di fatto, sostanza: l’aspetto con cui è confezionata una cosa è forse più importante della cosa stessa se, come scriveva Barthes, la scatola di un regalo è «involucro, schermo, maschera, essa vale per ciò che nasconde, protegge e pertanto designa».

Antonietta Pastore scrive un personal essay in cui rilegge la sua lunga relazione con il Giappone. Questa relazione si nutre di ogni scoperta, di ogni scontro che il diverso contesto culturale le offre giorno dopo giorno. E questo dialogo di visioni del mondo è la linfa per arrivare a comprendere, anche quando la via passa attraverso la disavventura del suo amico Martin e uno scambio di mutande con un membro della yakuza in un bagno pubblico.

In questi tempi di venti xenofobi, con la nuova premier a impersonare il dio Fūjin in tacchi e tailleur scuro a soffiare sul fuoco, Pastore ci rassicura: la maggioranza dei giapponesi è accogliente e ospitale. Lo dimostrerebbe la sua storia, ma la sua esperienza di giovane donna bianca proveniente dall’Italia (Paese da sempre amato in Giappone) non è paragonabile a quella di altri migranti. È lei stessa a rammentarselo, visto che «i richiedenti asilo vengono tenuti in uno stato di detenzione provvisoria, dal quale non possono uscire a causa di un sistema di regole che si contraddicono l’una con l’altra».

L’autrice torinese ritorna in Giappone spesso a partire da quel 1993 in cui è rientrata in Italia, ancora una volta nel 2024, pervasa di gioiosa ansia di ritrovare ciò che era e apprendere quanto sia invece ahimè oramai scomparso. Ma nella circolarità delle nostre vite siamo destinati a perdere ciò che non esiste più, per aprirci al futuro: se una giovane Antonietta al suo primo viaggio in Giappone cercava – senza trovare – i vecchi villaggi dei drama alla tv, la traduttrice e studiosa che è ora, cinquant’anni dopo, si scopre alla ricerca di tracce della Tokyo del passato mentre sale su metro e bus, partecipe anche senza volerlo di quella costante che fa della città la sua anima da almeno quattrocento anni: la spinta alla metamorfosi.


Pezzo pubblicato sul manifesto, qui.

 
 
 

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