Vademecum per sovvertire le buone maniere
- 15 apr
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Il manuale per signorine Onna Imagawa («Precetti per donne secondo lo stile di Imagawa») compilato da Sawada Kichi nel 1687 offre una serie di consigli su come una dama giapponese «a modo» dovrebbe comportarsi in società. Per esempio, è inutile «vestirsi e adornarsi elegantemente se poi si mangia in modo sciatto». La raccomandazione principale, però, è che spetta agli uomini fare i «brillanti» mentre dalle donne ci si attende che siano «riservate e delicate». Insomma, a ognuno il suo.
QUESTO GALATEO nipponico torna comodo per leggere due libri appena usciti, in cui le donne decidono di conformarsi o sovvertire le buone maniere tanto care a Sawada Kichi. Prendiamo Cinque benedizioni per un matrimonio di Seo Maiko (traduzione di Letizia Guarini, edizioni e/o, pp. 345, euro 20) in cui una protagonista con fin troppi cognomi (tutti quelli acquisiti da una lunga sequela di genitori affidatari), giunta al secondo anno di liceo comincia a farsi delle domande su come venga percepita dagli altri. La sua seconda madre, Rika-san, non faceva che ripeterle: «Anziani o bambini, donne o uomini, la cosa importante è piacere agli altri. Il valore di una donna si decide solo in base a questo».
Morimiya Yuko, questo l’ultimo nome della protagonista, quello con cui la conosciamo, si attiene rigorosamente alle norme prescritte: non fa pettegolezzi, si rifiuta di piangersi addosso. Mukai-sensei, la sua insegnante, non riesce a cavarle una lamentela dalla bocca nemmeno sotto tortura, anche se Yuko intrattiene per sé il pensiero di inventarsi di sana pianta qualche problema anche per avere qualcosa da raccontare e sfuggire all’autocommiserazione.
I nodi verranno al pettine quando Yuko vorrà sposarsi con quel che difficilmente passa per un buon partito: un aspirante musicista che forse vuole fare il cuoco. A quel punto sarà il padre adottivo della protagonista a ostacolare quest’unione, restio com’è a lasciar andare via la figlia da casa. In occasioni del genere, una donna del passato, mettiamo del XIII secolo, si sarebbe dovuta affidare ai monasteri sparpagliati attorno alla capitale per ottenere una benedizione dagli antenati o quantomeno da Buddha. Yuko si imbarcherà in un pellegrinaggio laico del tutto simile ma verso le case dei suoi genitori precedenti, alla ricerca di un consenso corale.
DICEVAMO del XIII secolo, perché l’autrice Seo Maiko sembra aver fatto tesoro non solo delle prescrizioni del manuale per signorine ma anche delle considerazioni che la monaca Abutsu dettaglia in una lettera alla propria figlia tredicenne, già impiegata come dama presso l’imperatrice. Per guidarla nel fitto cerimoniale di corte, Abutsu raccomanda alla figlia Ki no Naishi di sforzarsi di «mantenere i segreti», di rimanere umile e riservata, di non ostentare la propria bellezza e i talenti che possiede, reprimendo di fatto le reazioni spontanee suggerite dalla giovane età. «Non parlare delle tue disgrazie» è un altro degli ammonimenti e la nostra povera Yuko sembra vittima proprio di questo mantra.
MOLTO MENO accondiscendente con certi dettami della buona creanza sembra essere Matsuda Aoko nella sua raccolta di racconti intitolata La donna muore (traduzione di Anna Specchio, edizioni e/o, pp. 184, euro 19). Qui il bon ton va a farsi friggere e le ragazze parlano a ruota libera, per esempio un gruppo di Bond girl si ritrovano assieme a una festa e si confidano le reali – niente millanterie – prestazioni sessuali del famoso 007 cinematografico.
Ai consigli per non indisporre gli altri, men che meno i ragazzi da sposare, Matsuda Aoko sembra opporre una strenua resistenza, raccontando le donne del mondo reale, non le ideali madamine di rarefatta bellezza e candore illibato. In questo libro ci sono viceversa ragazze con le macchie sulla pelle, i brufoli, con le cosce robuste e i capelli crespi. Sono quelle che i registi e gli scrittori fanno morire per dare all’eroe maschile lo straccio di una trama, come nella storia che dà il titolo al libro: «La donna muore. Muore per creare un colpo di scena». Oppure alle brutte si sposa, perché quando non si sa concludere una storia basta inserire un bel matrimonio, per la gioia della monaca Abutsu. D’altronde, «si chiama lieto fine».
Eppure, l’insopprimibile vitalità delle ragazze di Matsuda Aoko sembra tracimare e scardinare per sempre l’etichetta delle Abutsu e delle Sawada Kichi. Non seguono la consuetudine per piacere agli altri, ma hanno tempo solo per loro stesse, per i propri corpi e desideri: «Molte ragazza ingrassano e dimagriscono come piace a loro, si comportano come vogliono, ridono come si sentono di fare». In un paradiso che non è quello delle signore.




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