La sovversione delle streghe
- Giorgia
- 6 mag 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Nel 1958 Enchi Fumiko nel suo romanzo Maschere di donna scriveva: «Anche il sadico malanimo di Buddha o di Cristo verso la donna non è stato altro che un tentativo di sottomettere un avversario col quale non potevano competere». Le donne come avversario da domare ricorrono nella storia del Giappone: ci hanno provato da sempre le religioni e la politica. Il racconto delle oppresse da una società che le priva della possibilità di espressione è l’indagine da cui muove Rossella Marangoni in Yamanba. Donne ribelli del Giappone (Mimesis, pp. 374, euro 22), che incomincia proprio dai presupposti culturali della demonizzazione femminile nel Giappone antico. Se il pensiero confuciano insiste sull’obbedienza della donna all’uomo (padre, marito, figlio), il buddhismo, quando attecchisce in Giappone, non fa che imporre un certo disprezzo verso le figure femminili, emarginandole perfino dai ruoli istituzionali: il clero è tutto maschile. Il libro di Marangoni esplora le figure femminili che si sono ribellate – o che sono state considerate estranee alla società –, offrendo un’analisi profonda della condizione femminile nella cultura giapponese, attraverso il prisma della mitologia e della storia. E la donna più temuta, e ostracizzata, è la yamanba, la vecchia strega antropofaga che vive in montagna, archetipo del male.
LA YAMANBA del folklore fa parte di una categoria che viene definita in giapponese yokai, parola che indica un nutrito gruppo di mostri la cui origine risale all’antichità. Marangoni oltrepassa la rappresentazione superficiale della figura che si appiattisce sull’idea di strega, o mostro, proponendo una lettura simbolica di una donna che, pur nella sua condizione di emarginazione e solitudine, incarna la forza della natura e la resistenza contro la dominazione patriarcale.La yamanba, come molte altre sue variazioni nel mito, rappresenta una forza primordiale che sfida le categorie di bene e male, creando uno spazio per riflettere sulla molteplicità delle identità femminili. Compare, nelle parole dell’autrice, come «colei che attraversa il nero corvino dell’oscurità» con capelli bianchi come rovi innevati: è demone, è dea, è la Natura stessa. E come tale, stigmatizzata nella vita reale, è la maschera perfetta per il teatro e la letteratura che la mettono in scena in fogge mostruose, inquietanti o terribilmente seducenti.
GLI ELEMENTI SACRI associati alle donne sciamane, così come quelli demoniaci delle yamanba, assumono le sembianze di una danza, quella della bella e giovane Okuni, la danzatrice del periodo Tokugawa, che «ha un inedito coraggio, quello di esibirsi in pubblico in nuove vesti, in modi inediti, e non lo nasconde».Le sue movenze sono scandalose e tutti non possono fare altro che seguirla con gli occhi su un palcoscenico improvvisato lungo il fiume Kamo. Pare dunque che Okuni sapesse mischiare abilmente nei suoi spettacoli le danze sacre e i gesti profani, elementi dello shinto e del buddhismo e balli popolari che raccontavano dei suoi amanti: ne faceva un modo di rappresentare, sul palco, la sua vita eccentrica e così lontana dalla consuetudine della brava moglie che di lì a poco si sarebbe diffusa largamente ingabbiando le donne in un ruolo immobile. Le donne assertive danno fastidio, figuriamoci le streghe.In questo suo libro, Marangoni esplora quindi le figure femminili, dai miti arcaici al Novecento, che hanno incarnato la ribellione, la resistenza e l’autonomia, con una serie di approfondimenti che prendono in considerazione leggende e storie popolari giapponesi, ma anche eventi storici, facendo emergere quel fiume sotterraneo che lega la narrazione mitologica sulle figure delle donne e le reali lotte sociali che sono state protagoniste nel corso dei secoli.
SARANNO, sul finire dell’Ottocento, le cattive ragazze a prendersi quel mondo che gli uomini hanno provato a toglier loro: le daraku jogakusei, studentesse degenerate che pretendono perfino di studiare. Il nuovo sistema scolastico dà alle ragazze possibilità mai viste prima, di uscire cioè di casa, dal villaggio, da quegli spazi privati in cui erano confinate: a patto però, di non studiare troppo, di non competere sull’istruzione coi colleghi maschi, di non allontanarsi, in poche parole, dall’ideale di donna giapponese come emblema di correttezza morale. Perciò, quando queste daraku jogakusei cominciano a mostrarsi in giro, coi capelli sciolti al vento, stivaletti all’europea e qualcuna perfino coi calzoni da uomo, diventato l’esempio di perversione da non imitare.Quando, negli anni Settanta, le istanze femministe si appropriano del dibattito pubblico in Giappone, la reazione è di nuovo quella di denigrarle, delegittimando qualsiasi tentativo di gruppi femminili di accreditarsi come interlocutori. Ecco che ritorna la yamanba, la strega: la parola si usa allora per segnalare quelle donne che rivendicano la possibilità di scelta, con una visione chiara che sia inclusiva, che dice che «Le streghe sono ancor più attraenti».La yamanba allora incarna tutto quello che gli uomini temono e le donne desiderano. Se per secoli sono state l’archetipo del male, un monito per le ragazze e uno spauracchio per la società, la riscrittura contemporanea delle autrici giapponesi e così l’analisi di Marangoni ce le riportano alla luce come identità che liberano, che parlano di sé stesse, che sconfinano oltre il perimetro della casa e oltrepassano i limiti che la società ha imposto loro per secoli.
OGGI LE YAMANBA non governano le montagne ma abitano le città, sono scrittrici, giornaliste, lavoratrici che lottano per far ascoltare la propria voce negli spazi pubblici. È una yamanba Hayashi Fumiko, figlia d’ambulanti che fa di tutto per diventare scrittrice, e restarci, rifiutando anche un matrimonio. Lo è la giornalista Ito Shiori, che ha denunciato uno stupro in un libro e in un documentario che è andato agli Oscar ma che nessuno in Giappone si è preso la responsabilità di proiettare. Negli anni Novanta, la sottocultura delle gyaru vedeva giovanissime ragazze schiarirsi i capelli, tingerli spesso di bianco, e ad avocare a sé il termine yamanba.Di nuovo, l’occhio mainstream le additava come aveva fatto con le studentesse di fine Ottocento. Sono donne che escono dagli schemi, streghe moderne che rigettano il termine denigratorio usato dagli uomini e lo fanno proprio, sovvertendone il significato: la yamanba fa quello che vuole, rinnegando la posizione ancillare della donna. C’è un vecchio detto in Giappone, «il chiodo che sporge dal muro va battuto», si appiattisce tutto ciò che fuoriesce dallo schema consuetudinario. Ecco, le yamanba sono scese dalla montagna e si sono trasformate in chiodi che nessun martello riesce a piantare nel muro.
articolo pubblicato sul manifesto, qui.











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